La Storia e i suoi Segni
Avanzava l’esercito romano. Una carovana sterminata di cavalieri, fanti e arcieri. E di vivandiere e cerusici, servitori e scudieri, fabbri e maniscalchi. La guerra, nell’XI secolo, era una faccenda complicata … e affollata. Un esercito in marcia smuoveva un’infinità di persone: accanto ai soldati c’erano, infatti, tutti quelli che a essi, e ai loro bisogni, dovevano provvedere. E poi c’erano, spesso, anche mogli e figli dei soldati, ci seguivano mariti e padri nelle lontane terre in cui dovevano recarsi. Al termine delle battaglie, conquistata una nuova porzione di territorio, molte di queste persone finivano per stabilirvisi, a volte dando vita a nuovi insediamenti, altre“sfrattando”senza tanti complimenti chi vi trovavano.
Al seguito dell’esercito del gran conte Ruggero c’era un folto gruppo di coloni lombardi. La Sicilia, che il condottiero normanno era stato incaricato di riconquistare alla Cristianità, così distante e favolosa poteva ben sembrare una nuova terra promessa. Così, in una migrazione “ al contrario “ rispetto ai più moderni flussi, centinaia di rudi padani si erano messi in marcia verso sud. E poi c’era Ruggero Machebeo, il giovane nipote di Ruggero, poco più che un ragazzo ma già pienamente convinto nelle imprese del nonno. A lui, quale ricompensa per il suo coraggioso impegno, furono date, secondo l’usanza romana, le terre di Caltanissetta, Adrano, Paternò e Aidone. Ruggero s’istallò nel suo feudo, eleggendo quartier generale il castello di Kalat-el-Nisa, il maniero di Pietrarossa appena strappato ai saraceni. I coloni lombardi, dal canto loro, si sparpagliarono nei nuovi territori, cercando il posto migliore per vivere. Fu così che, in un soleggiato mattino medievale, giunsero in vista d’una collina, nel cuore di un vasto territorio fertile. C’erano delle case, lassù, e un fortilizio saraceno non più presidiato. Via via che salivano su per il pendio, i lombardi sentivano di aver fatto la scelta migliore, di essere stati baciati dalla fortuna: l’aria si faceva più frizzante e pizzicava gradevolmente le gote, il sole inondava ogni angolo e il panorama si allargava a dismisura. Arrivati in cima – e ci volle un po’, perché erano più di ottocento metri – i coloni si concessero il tempo per guardarsi intorno: a nord videro boschi, scuri e folti a far da quinta alle vette di montagne remote; a sud dove il terreno digradava più dolcemente, con gli occhi della fantasia immaginarono campi e frutteti; a est scorsero l’incresparsi di basse montagne, a ovest l’appiattirsi all’infinito di una vasta pianura, con il cono dell’Etna, lontano lontano, e una promessa d’azzurro a orlare l’orizzonte.
Era un luogo splendido, e quindi i coloni si sistemarono, ristrutturando le vecchie case islamiche attorcigliate fra vicoli e cortili, impiantando orti e piccoli allevamenti. L’acqua non mancava e del resto,come avevano saputo da un vecchio pastore, il piccolo agglomerato di case che avevano scelto come loro residenza si chiamava da qualche tempo Ayn-Dun, una parola araba che significa “sorgente superiore”. Un nome musicale che, adattandosi bene alla loro lingua (un dialetto che ancora oggi trapela evidente da parole e inflessioni degli aidonesi), piacque ai lombardi, che decisero di conservarlo, pur storpiandolo un po’ in Aydon (da cui la moderna Aidone).
Frattanto, nel castello di Kalat-el-Nisa, Ruggero era passato a miglior vita, lasciando le terre alla sorella, Adelasia. La quale, sebbene essere una donna nel Medioevo non fosse la più facile delle condizioni, si rivelò energica e determinata, decisa a trarre il meglio dal suo grande feudo. Era anche una donna assai pia, che ad ogni iniziativa “terrena” ne affiancava una religiosa. Fu così che ad Aidone sorsero, allo stesso tempo, numerosi mulini nella campagna e una chiesa, intitolata a Santa Maria (1134), con un priorato e una ricca dotazione terriera per il mantenimento dei monaci benedettini ai quali era affidato.
I mulini portarono prosperità, la chiesa garantì nutrimento spirituale alla piccola colonia. Col passar del tempo, il villaggio s’ingrandì e divenne una piccola città che, per la sua felice posizione al centro di una zona della Sicilia che, nell’XI secolo era quasi spopolata, divenne presto un punto di riferimento per l’economia, la storia e la cultura di un vasto comprensorio. Lo conferma la quantità di chiese e conventi che via via vi furono costruiti, a cominciare dalla Chiesa di San Lorenzo, patrono della città, rifatta nel Settecento, dove, a fianco del portale, sono incise due scanalature che esprimono le antiche misure della canna e del palmo (nella chiesa è custodita una preziosa raccolta di oggetti sacri, fra cui un reliquario del santo titolare e una pergamena del 1531 con la quale ben quindici cardinali concedono indulgenze ai devoti della chiesa). Seguirono, sempre nell’XI secolo, la Chiesa di San Leone, intitolata al Papa Leone II, successivamente santificato, che era nato ad Aidone, e che, rifatta in epoca barocca, si presenta nello stile di quel periodo, e, in luogo di una piccola moschea, la Chiesa di Sant’Antonio Abate, con il suo grazioso campanile cuspidato e ricoperto di pietre multicolore (aggiunto nel ‘700), il portale in conci di pietra calcarea, le linee sobrie e un affresco cinquecentesco, purtroppo piuttosto rovinato, che raffigura il santo, arricchito da una predella con raffigurazioni delle tentazioni cui fu soggetto: didascalie nell’antica lingua locale illustrano le immagini, creando un’inusitata sequenza di “ fumetti “ a uso dei devoti. Poi la citata Chiesa di Santa Maria Lo Piano, che ancora oggi rimane uno fra i principali monumenti (sull’attuale piazza Filippo Cordova, intitolata a uno degli aidonesi più illustri).
Dell’originario edificio normanno rimane l’interno della parte absidale, mentre il prospetto ha le forme barocche assunte dopo i rifacimenti successivi al terremoto che, nel 1693, danneggiò fortemente l’intero abitato. All’interno si ammirano gli stucchi cinquecenteschi di una delle cappelle e, nel santuario di San Filippo, la statua di questo santo. A fianco della chiesa si eleva una bella e robusta torre campanaria che, in onore della signora normanna, si chiama Torre Adelasia, con grandi aperture a ogiva nella parte inferiore, riportata alla sua antica bellezza da recenti restauri. Ancora, la chiesa di San Michele, della quale, dopo la distruzione del 1693, rimane solo una torre smozzicata, elegantemente ornata di bifore. In epoca normanna, infine, il fortilizio arabo divenne un vero castello, un borgo turrito dal quale far la guardia al territorio, un’elegante residenza perfino per re e regine di passaggio, quali la regina Maria con il consorte Martino il Giovane e la regina Bianca di Navarra. Oggi è soltanto un ammasso di pietre e frammenti di mura mutilate.
Terminata la felice parentesi del regno degli Altavilla, Aidone, nei secoli seguenti, passò di mano in mano,dall’uno all’altro signore: dai Chiaramonte ai Rosso fino ai Gioeni e infine ai Colonna. Il territorio addomesticato da campi, frutteti e pascoli,era disseminato di casali, come quello di Pietratagliata, che si differenzia dagli altri per avere assunto l’aspetto e le caratteristiche di un vero castello: Scavato nella roccia come altre simili realizzazioni, conserva ancora una torre solitaria e svettante. La cittadina, dall’originario nucleo medievale, a partire dal Quattrocento aveva cominciato a espandersi verso sud, con strade più ordinate e piazze ad accogliere i palazzi e le chiese, come quella di San Domenico, dalla particolare facciata in bugnato diamante che si ritrova solo in altri due edifici siciliani, e, nel Seicento, quella di Sant’Anna, in cui è custodito un Crocifisso di Frà Umile di Petralia, un’opera che alcuni critici considerano il suo capolavoro. Accanto alla chiesa c’era un convento che, distrutto dal terremoto del 1693, è testimoniato da un raccolto chiostro.
Aidone seppe risollevarsi dopo il sisma e, nell’Ottocento, con la scoperta di alcuni giacimenti di zolfo, giunse a una certa floridezza, mantenendo la propria importanza rispetto al territorio circostante. A una decina di chilometri dal paese, nei pressi della miniera Baccarato, si possono ancora vedere i resti di un piccolo borgo, realizzato a servizio della struttura, e di alcuni degli impianti di estrazione. L’ultima fu chiusa nel 1975.
Oggi, i segni di questo denso passato si leggono nell’impianto medievale del centro storico e nella raccolta bellezza delle chiese, mentre il desiderio di custodirli per il futuro è evidente dagli interventi di restauro e conservazione, fra i quali la trasformazione dell’ex mattatoio comunale in un moderno centro turistico, convegni stico e culturale, che aprirà i battenti entro la prossima estate.
